
Il paradigma dello sviluppo locale è stato sovente considerato residuale nella letteratura economica, offuscato dalla maggiore attenzione goduta in essa dai meccanismi di organizzazione della grande impresa. Una residualità teorica che si è dimostrata, sul piano empirico e fattuale, fittizia. La varietà delle forme assunte dal capitalismo e le sue stesse modalità di strutturazione dimostrano come esso si è storicamente relazionato con un fitto tessuto di piccole e medie imprese. La diffusione che queste hanno avuto nella struttura produttiva e le peculiari modalità di funzionamento da cui sono caratterizzate - spontaneismo e radicamento territoriale, proprietà e gestione familiare…- spiegano il dinamismo delle economie di molti contesti, nazionali ed internazionali: dall’Italia, che ha fatto scuola nel mondo con il caso dei distretti industriali, all’Europa, dove si rintracciano una molteplicità di sistemi produttivi locali distribuiti in varie regioni (Libro Bianco, Consiglio italiano delle Scienze Sociali 2005; Trigilia 2005), sino al Giappone, paese in cui le grandi imprese attingono risorse strategiche ed attivano forme di cooperazione virtuose con quelle medie e piccole.
I ripensamenti sulla sua validità sono causati, tra l’altro, dal bilancio che si è fatto del recente tentativo di governare lo sviluppo locale attraverso politiche territoriali. Negli ultimi anni, la letteratura in materia si è abbondantemente soffermata sui limiti che hanno contraddistinto i meccanismi di attuazione degli strumenti della “nuova programmazione”. C’è stata, in verità, anche una discreta attenzione sui processi di apprendimento istituzionale innescati, ma essa è stata considerata comunque insufficiente ad invertire la parabola discendente.
Dopo l’abbandono delle politiche territoriali, resta da chiedersi quali sono gli avanzamenti che si registrano nell’impostazione dell’intervento pubblico per lo sviluppo, e, parallelamente, quali nuovi paradigmi teorici e concettuali stanno emergendo. Insomma, si è aperta - e se sì in che cosa consiste - una nuova fase del “post-locale”? Naturalmente, il termine “post-locale” è una semplificazione linguistica, poiché esso è un oggetto/concetto ancora in via di definizione e di sistematizzazione. Il tentativo che faremo nel corso della discussione che segue è, allora, di dimostrare, attraverso la ricostruzione di alcuni filoni interpretativi delle trasformazioni recenti del capitalismo italiano e attraverso l’analisi della natura e dei contenuti che si delineano negli indirizzi di politica economica dopo la nuova programmazione, come il tema dello sviluppo locale continui a persistere nel campo delle policy e nelle più recenti acquisizioni maturate in campo scientifico. In pratica, l’esercizio consiste nel raccogliere indizi utili - ma dispersi, frammentati e molte volte non ben esplicitati - a far emergere come tale tema, che sembra scomparso dal dibattito corrente, nei fatti continua a godere di una certa rilevanza.
Dai fenomeni di delocalizzazione che avvengono dall’Italia nei paesi dell’Est o in Cina, sino alle più recenti forme di territorializzazione dei cosiddetti distretti tecnologici, tutti i terreni di indagine appena richiamati dimostrano che siamo entrati in una nuova fase di problematizzazione del tema dello sviluppo locale. Mentre questo recente filone di ricerca si approfondisce, irrobustisce ed arricchisce, è interessante notare che nel campo delle politiche economiche si è del tutto affievolita in Italia la spinta a sostenere questi processi di riorganizzazione delle economie diffuse.
Eppure, a ben osservare, il concetto di territorio rimane presente nel più generale discorso politico, per quanto si indebolisca – come si è appena detto – in politica economica. Come spiegare questo paradosso? Nel discorso politico si ritrovano ancora non poche fonti di riflessioni che, seppure in modo implicito, rimandano alla dimensione locale e istituzionale dello sviluppo territoriale. Ciò è testimoniato dalla presenza di argomenti che in modo ricorrente vengono ripresi nella discussione pubblica: dal federalismo alla cosiddetta questione settentrionale, passando per le differenziazioni interne al Mezzogiorno sino ai contenuti della programmazione 2007-2013 (sussidiarietà, istituzioni locali e, più in generale, condizioni di contesto) ed alle problematiche che riguardano le città.
La difficoltà a complicare il quadro analitico nelle strategie di policy si individua, nel nostro paese, nel ritorno ad una dicotomia tra politiche per la crescita e politiche per lo sviluppo. L’insistenza con cui si cercano di affrontare i nodi strutturali dell’economia italiana attraverso politiche di incentivazione automatica alle singole imprese, o, tutto al più, mediante la riduzione della pressione fiscale, è uno dei motivi che ostacola l’affermazione di una visione più complessa dei meccanismi regolativi che sottostanno alla ripresa di un percorso di sviluppo. A tale proposito, è illuminante rileggere intorno a quali contenuti si è focalizzato il dibattito sulla perdita di competitività dell’economia italiana e sulla persistenza dell’arretratezza economica meridionale. Emerge come alla diagnosi sulla complessità delle cause da cui originano le criticità che vive il capitalismo italiano corrisponda la ricerca di una semplificazione nell’impostazione dei contenuti della politica economica.
Le cose cambiano, invece, se ad essere poste sotto le lenti dell’analisi siano le caratteristiche fattuali della realtà socioeconomica del paese, l’interpretazione scientifica che su queste viene avanzata e, soprattutto, la consapevole azione riformatrice portata avanti da una delle più importanti istituzioni sovranazionali, l’Unione europea. Proprio la strategia di quest’ultima, pur in continua evoluzione, resta coerente per quanto riguarda la periodica affermazione di alcune linee-guida. Con il ciclo 2007-2013, viene rilanciata la dimensione locale dello sviluppo percorrendo sentieri diversi da quelli nazionali, per la necessità di coniugare una visione del mutamento sovrastatale con una radicata base di consenso territoriale. Gli indizi sulla crisi dello sviluppo locale che emergono dallo stato del dibattito dopo le politiche territoriali per il Mezzogiorno possono risultare perciò parziali se inquadrati unicamente in una prospettiva di politica economica nazionale. Poiché, tanti altri segnali di analisi sembrano spingere nella direzione di una riaffermazione di un approccio micro allo sviluppo.
Finanche nel caso di adozione di politiche macro, infatti, si configurano modalità cooperative alla base degli esercizi di governo che portano con sé l’indebolimento del vecchio principio di autorità verticale. Nell’ultimo Rapporto dell’Unione europea sulla coesione economica e sociale - Growing Regions, growing Europe - la Commissione è stata molto chiara a riguardo, bisognerà progressivamente adeguare la struttura decisionale ed amministrativa di tutti gli Stati membri alle esigenze dei governi regionali e subregionali, per rispondere ai bisogni effettivi degli attori locali, per valorizzare le conoscenze accumulate in ogni dato territorio e le relazioni cooperative che in esso si strutturano, per sostanziare quel principio di sussidiarietà posto a fondamento dei rapporti tra diversi livelli istituzionali. Insomma, per l’Unione europea, il capitale istituzionale locale continua a rappresentare una risorsa irrinunciabile al fine di accompagnare la crescita qualitativa dei tessuti produttivi e riproduttivi delle regioni in ritardo di sviluppo, comprese quelle del Mezzogiorno d’Italia.
Paola De Vivo
Docente di Azione Pubblica e Sviluppo Economico
Università degli studi di Napoli Federico II
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