Lo sviluppo locale in Italia
Giuseppe De Rita - presidente e segretario generale CENSIS



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immagine documento documento L’attenzione allo sviluppo locale in Italia viene da lontano, ed ha avuto radici culturali diverse: in primo luogo, quella della cultura comunitaria di Adriano Olivetti, il cui anniversario viene celebrato in questi giorni, con le esperienze di concreto impegno sociale da lui promosse; quella di alcuni organismi internazionali che tentarono di introdurre in Italia la cultura del group-work e dello sviluppo locale; quelle della cultura cattolica, che si occupava di Meridione, con le ricerche sui nuovi borghi agricoli materani di Ambrico e Ardigò, con l’impegno della Svimez, e con il collegamento con Economie et Humanisme di Padre Lebret, che proponeva lo sviluppo locale come momento di autocoscienza e autopropulsione delle comunità locali.

Le prime due correnti non ebbero la forza di andare oltre le ambizioni movimentiste degli anni cinquanta, mentre la terza ci riuscì grazie alla scelta di tentare la strada dell’istituzionalizzazione. Propose quindi un’idea dello sviluppo locale non solo come forma di movimentismo socioculturale, ma come parte di una strategia finalizzata a connettere la tematica dello sviluppo locale con più ampie politiche di sviluppo, che allora erano ovviamente prettamente pubbliche.

In questo senso, connessioni furono tentate e, almeno parzialmente riuscirono, ad esempio, con la politica di riforma agraria, con quelle dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno e anche con quella del fattore umano promossa dal Ministro Pastore dal 1958 fino alla metà degli anni Sessanta, e che si fondava oltre che sulla formazione professionale, anche sulla valorizzazione delle attività di sviluppo culturale e sociale nei singoli territori meridionali.

Proprio alla metà degli anni sessanta, di fatto, emerge la crisi dei tentativi di incardinamento istituzionale dello sviluppo locale, soprattutto perché l’intervento straordinario nel Mezzogiorno punta tutto sulle opere decise dal centro, piuttosto che sulla sua articolazione territoriale. E poi le tante attività di sviluppo sociale sul territorio sono, almeno da alcuni, percepite come pericolosi incubatori di tensioni locali, tanto da considerarle addirittura progenitori dei movimenti studenteschi e gruppettari del ‘68.

Con gli anni settanta, tra statalismo, movimentismo gruppettaro e nuovismo rivoluzionario, si chiude la strada allo sviluppo locale, troppo connotato da militanza umile e costante, da impegno diretto, tutto micro e calato nella quotidinanità delle comunità, troppo lontano dalle allora egemoni aspettative di palingenesi rivoluzionaria e dalle macroprogettualità alimentata da megafondi statali.

E’ stato negli anni ottanta che, poi, pian piano lo sviluppo locale è riuscito a tornare, in forme e luoghi diversi da quelli dove si era inizialmente insediato.

Tornò con le esperienze degli agenti di sviluppo a Milano e in Lombardia, nei quartieri come nelle valli, impegnati a ridare senso alla convivenza collettiva; e più avanti con i Patti territoriali che è stata un’altra tappa del tentativo di istituzionalizzazione dello sviluppo locale, e che hanno operato come schema di concertazione degli impegni dei protagonisti locali, del partnerariato sociale, uno schema orientato a rifare sviluppo locale in modo nuovo e solido.

I Patti territoriali inizialmente sono molto cresciuti, perché davano espressione ad aspettative profonde, latenti, delle comunità meridionali, molto diverse da quelle che cinquant’anni prima erano state il riferimento per i primi sostenitori dello sviluppo locale.

Si è quindi arrivati al riconoscimento legislativo dello strumento, che ha spinto ulteriormente la creazione di Patti territoriali, ma poi tutto è sfociato nel vecchio vizio della istituzionalizzazione delle forme dello sviluppo locale: trasformare le comunità locali e i suoi gruppi dirigenti in soggetti di domanda che vengono allo sportello romano dove, naturalmente, finiscono per prevalere logiche burocratiche, politiciste, con l’inevitabile prevalere di discrezionalità e arbitraggio che passa sopra le teste dei soggetti locali.

Oggi una nuova stagione per lo sviluppo locale va disegnata, e non può che partire dal basso, dall’attenta osservazione di ciò che già è in movimento nelle comunità locali e che chiede di essere accompagnato nei suoi percorsi evolutivi. E’ essenziale puntare sulla comunità sociale, sulla creazione di quei presupposti di infrastrutturazione sociale e di relazionalità interna ed esterna, aperta e orientata sulle varie frequenze di reti, anche prendendo esempio da quelli che sono stati anche i pilastri del miglior localismo nostrano, ad esempio, quello dei distretti che hanno fatto la vera forza economica e produttiva del nostro Paese.


Giuseppe De Rita

Presidente e Segretario Generale CENSIS
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