Formazione lavorativa e civica: così la Liguria integra i giovani stranieri.
Parlano le responsabili di "Seconde Generazioni.
immagine documento documento La sicurezza non si garantisce con le ronde, né con fiaccolate anti-immigrati come quelle che lega e Pdl organizzano con una certa frequenza e per le ragioni più diverse nelle regioni del Nord. La sicurezza passa dall’inclusione sociale dello straniero, dal suo senso di appartenenza ad una comunità. Lo sanno bene in Liguria, una terra che un po’ per la posizione geografica un po’ per le sue tradizioni, è abituata a confrontarsi con altre culture. Qui è stato messo in piedi il progetto “Seconde generazioni”, finalizzato alla formazione professionale di giovani stranieri con problematiche sociali.

“Erano ragazzi fra i 16 e i 25 anni – racconta Ilda Didzari, mediatrice culturale per Genova – di varia nazionalità: Ecuador, Colombia, Congo, Nigeria, Marocco. C’erano difficoltà di comunicazione perché molti di loro non parlavano l’italiano. Per questo i ragazzi venivano divisi in tre macrocategorie: accoglienza e alfabetizzazione, formazione e orientamento, socializzazione al lavoro”.

I corsi seguiti dai ragazzi erano finalizzati all’apprendimento di alcune professioni. A seconda del sesso e dell’attitudine si imparava a lavorare come parrucchiera, cameriera al piano, addetta di lavanderia, oppure come saldatore, carpentiere, falegname. Non tutti però sono riusciti ad arrivare alla fine delle 80 ore formative. “Alcuni – spiega la Didzari – pensavano che fosse un inserimento rapido nel mondo del lavoro e quando si accorgevano che noi non garantivamo un lavoro alla fine, lasciavano”.

Per un ragazzo che lasciava, però ce n’era uno che arrivava fino in fondo. “Mi ricordo di un ragazzo del Congo. – spiega la mediatrice – Era arrivato in Italia e non sapeva una parola della nostra lingua, ma era motivatissimo. Abbiamo lavorato tanto. Lui ha fatto il corso da saldatore, ha preso il brevetto, ha superato una selezione e oggi lavora in un azienda genovese. È contentissimo, mi chiama ogni due settimane per ringraziare”.

Una bella storia, che però, come spesso accade, nasce da presupposti terribili. Sara Bellafronte, curatrice del progetto per la provincia di Genova lo sa bene e ce lo racconta: “Non bisogna dimenticare che spesso si tratta di ragazzi con alle spalle storie drammatiche fatte di guerra, di fughe, di morte. Arrivano in Italia con grandi aspettative e a chi lavora a contatto con loro spetta anche l’ingrato compito di non lasciare che si illudano”.

Elisa Turno, curatrice del progetto per la regione Liguria, racconta invece un aspetto differente dell’esperienza “Seconde Generazioni”: “Il progetto è stato massacrato in Consiglio. Ovviamente l’opposizione si è opposta fino all’ultimo per fare in modo che le risorse non venissero spese in questo modo. Lega e Pdl on capivano che questo è un investimento sulla sicurezza”. Ci avrebbe sorpreso il contrario.
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